Cos’è e come è nato il progetto di alta intensità ambulatoriale per adolescenti
Cos’è
SafeTeen è un modello di presa in carico ambulatoriale ad alta intensità che nasce all’interno di un servizio territoriale Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza di Milano.
Prevede una rete di competenze multidisciplinari in grado di integrare l’approccio clinico, quello riabilitativo e quello psico-educativo all’interno del medesimo contenitore in tempi brevi. Il progetto offre agli adolescenti con grave sofferenza psichica spazi sia individuali che di gruppo all’interno dei quali il disagio possa essere raccontato e ascoltato, elaborato e gestito. Rispetto ad altri modelli di intervento intensivo, SafeTeen presenta l’aspetto innovativo della presa in carico familiare; accanto agli interventi per il minore (psicoterapia individuale, colloqui e gruppi riabilitativi) sono infatti previsti interventi di psicoterapia familiare, gruppi di parola per i genitori e gruppi di sostegno alla genitorialità.
Dove nasce
L’Ambulatorio Adolescenti è uno dei due servizi che compongono la Struttura Semplice di Psichiatria dell’Età Evolutiva afferente alla Struttura Complessa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (S.C.NPIA) della ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda; l’altro servizio è la Comunità Terapeutica Residenziale per Adolescenti “I Delfini”.
L’équipe adolescenti nacque nel 2006 per volere dell’allora Direttore della S.C.NPIA, Dr. Emilio Brunati, il quale era fermamente convinto che il lavoro con i pazienti nella fascia 12-18 anni richiedesse competenze specialistiche e un approccio sostanzialmente diverso da quello adottato con i bambini e i pre-adolescenti. Per tale motivo volle che nel Polo Territoriale ci fosse un gruppo di operatori specificatamente formati per l’intervento sugli adolescenti. Quando il gruppo iniziò a lavorare, adolescenti e bambini condividevano gli stessi spazi. Rapidamente sul territorio milanese si sparse la voce che l’A.O. Niguarda, così si chiamava allora, fosse una delle poche realtà ospedaliere a disporre di un servizio specialistico per l’adolescenza e questo fece rapidamente crescere le richieste di presa in carico di ragazzi con quadri complessi. Ben presto apparve chiaro che le manifestazioni sintomatologiche e comportamentali degli adolescenti con disagio erano difficili da accogliere e gestire in uno spazio frequentato anche da bambini fragili, spesso affetti da disabilità: urla, pianti, imprecazioni, porte sbattute, cicatrici, necessitavano di un “contenitore altro” che fosse solido e protettivo tanto per gli adolescenti quanto per gli altri piccoli utenti del Polo Territoriale.
Nel 2012 vennero quindi assegnati all’équipe adolescenti degli spazi separati e venne ufficialmente fondato l’Ambulatorio Adolescenti.
La storia del progetto
Lavoro presso S.C.NPIA dell’Ospedale Niguarda dal 2007; ho iniziato la mia attività come educatore presso la Comunità Terapeutica Residenziale “I Delfini”, dove venivano (e vengono tutt’ora) ricoverate ragazzine adolescenti affette da severe problematiche psichiatriche che spaziavano dalla depressione al disturbo di personalità, dal disturbo alimentare alla psicosi.
La comunità terapeutica è un luogo estremamente sollecitante, faticoso, sfidante. È permeato di sofferenza nella sua “forma pura”, di disperazione, di rabbia; ma anche di fiducia, di ascolto, di speranza. Lavorare in quel contesto mi ha abituato a fronteggiare ogni genere di crisi e ad ascoltare con partecipazione storie drammatiche e toccanti, alcune con epiloghi nefasti, altre con finali incoraggianti.
In quegli anni mi sono occupato di ragazzi che portavano sulle spalle ogni tipo di sofferenza, dalle forme lievi a quelle più profonde e distruttive: ansia, panico, depressione, rabbia, digiuni, abbuffate, tagli, bruciature, violenza subita e agita, fughe, deliri, ritiri dal mondo delle relazioni, abusi di farmaci, ingestione di agenti tossici, spaventosi salti nel vuoto con esiti talvolta drammatici.
Quando nel 2010 mi venne proposto di lavorare come psicologo presso l’Ambulatorio Adolescenti, grazie all’esperienza della comunità mi sentivo abbastanza ben attrezzato; mi sono seduto nel mio nuovo studio con la convinzione che qualunque forma di sofferenza avessi incontrato nel ragazzino seduto davanti a me avrebbe potuto essere affrontata da noi due in quella stanza, armati di pazienza, coraggio, determinazione.
Mi sbagliavo.
Per alcune forme di sofferenza non sono sufficienti l’ascolto empatico, la pazienza, il coraggio, la determinazione. E non basta essere in due. Se ne accorse presto la Dr.ssa Patrizia Conti, medico neuropsichiatra allora responsabile dell’ambulatorio – e poi Direttore della U.O.NPIA e del Dipartimento di Salute Mentale della ASST Lariana – la quale volle nell’équipe adolescenti anche una psicoterapeuta a orientamento sistemico-familiare.
Il lavoro coordinato di una mini-équipe multidisciplinare composta da neuropsichiatra infantile, psicologo individuale e psicologo familiare avrebbe permesso, secondo la Dr.ssa Conti, la costruzione di un “ambiente terapeutico” dentro e fuori dalle mura dell’ambulatorio. I fatti dicono che aveva ragione.
Il lavoro sistemico-familiare consente infatti una “ridistribuzione” del peso della sofferenza che solitamente viene portato sulle spalle da un solo membro, il cosiddetto “paziente designato”. Dopo questo delicato lavoro di ripristino degli equilibri, la collega sistemica era solita coinvolgere attivamente nel percorso di cura i genitori degli adolescenti, definendoli “co-terapeuti”, valorizzandone il ruolo e rimettendo la loro genitorialità al centro del sistema familiare che spesso gravitava invece intorno alla patologia. Il medico neuropsichiatra aveva il ruolo di “case manager”, colui che, oltre a gestire gli aspetti medico-sanitari e le terapie farmacologiche, coordinava il processo di cura. Io mi occupavo delle psicoterapie individuali e spesso “entravo in scena” in un secondo momento, dopo che gli equilibri sul piano familiare erano stati ristabiliti e l’abbassamento del grado di conflittualità permetteva l’emergere di una richiesta individuale dell’adolescente. Allora lavoravo sui vissuti emotivi profondi, attuali e passati, sulle relazioni, sull’esperienza del quotidiano, sulle prospettive per il futuro.
Dal 2013 si aggiunse all’équipe anche un educatore professionale. Il suo compito era quello di raggiungere i ragazzini più isolati nelle loro camerette e accompagnarli nello spazio ambulatoriale, osservando intanto il loro ambiente di vita, le dinamiche familiari, il livello di adattamento al contesto. In ambulatorio, invece, il suo compito era orientato ad utilizzare il “fare” come strumento per “dire”: photolangage, collage, disegno, gioco, diventavano strumenti propedeutici alla costruzione di una forma di comunicazione che poi veniva sperimentata, sostenuta e rinforzata nelle sedute familiari ed individuali in un costante dialogo tra operatori, ruoli, funzioni, pazienti, famiglia.
Questo tipo di presa in carico mostrò di avere molti vantaggi.
Il fatto di accedere a un servizio dove non era una sola persona a occuparsi del problema, ma un intero gruppo, dava agli adolescenti e ai loro familiari la sensazione di essere al centro di un’attenzione multi-focale e organizzata; il fatto che tutta la famiglia fosse coinvolta nel processo di cura spostava il focus dal paziente designato al funzionamento dell’intero sistema familiare, dove in qualche modo erano tutti coinvolti; poter disporre di “spazi comuni” (con la famiglia e con il gruppo dei pari) e “spazi privati” (la psicoterapia individuale e il colloquio educativo) dava ai ragazzi la sensazione di lavorare contemporaneamente su più fronti.
Nacque così, intorno al 2014, il nostro concetto di équipe multidisciplinare integrata che permise, in quel periodo, di prendere in carico situazioni anche severe, offrendo ai pazienti e alle famiglie un intervento intensivo con accessi plurisettimanali, un lavoro simultaneo su più versanti, una visione multifocale, integrata e coordinata.
Questo ci permise di evitare in molte occasioni il ricorso al trattamento residenziale e ridusse la necessità di ricoveri o accessi in Pronto Soccorso.
Oggi posso dire che tale approccio ha confermato di avere notevoli potenzialità.
In primo luogo consente di aumentare significativamente il numero di prestazioni annuali erogate per ogni singolo paziente: attualmente il numero medio di accessi ambulatoriali per un adolescente con patologia grave non supera i 50; più frequentemente si attesta tra i 30 e i 40 mentre la presa in carico ad alta intensità ne garantisce fino al triplo.
In secondo luogo fornisce uno spazio terapeutico alle famiglie, e non solo agli adolescenti, permettendo in questo modo di intervenire anche sull’ambiente di vita del paziente, sulle dinamiche e sul “linguaggio familiare”, cosa che ha comprovate implicazioni positive in termini prognostici.
In terzo luogo, la presa in carico ad alta intensità può consentire di prevenire la cronicizzazione del disagio, di ridurre gli accessi al PS e il ricorso a percorsi semi-residenziali e residenziali con un significativo risparmio economico sul lungo periodo, secondo la logica per cui un adolescente psichiatrico ben curato diventerà un adulto con minor bisogno di cura.
Ma più di tutto questo modo di curare ha un’importante funzione: favorisce l’integrazione del pensiero tanto negli operatori quanto, di riflesso, nei pazienti e nelle famiglie, elemento che considero potentemente terapeutico e un predittore molto favorevole in termini prognostici.
Purtroppo tale modello di presa in carico si è scontrato, negli anni, con l’esiguità delle risorse e ha dovuto pian piano essere messo da parte. Il gruppo di lavoro ha dovuto tornare ad una presa in carico “tradizionale” fatta di interventi longitudinali non simultanei (prima il medico, poi lo psicologo familiare, poi quello individuale, ecc.) più diluiti (massimo un accesso settimanale) e sostanzialmente meno efficaci in caso di patologia severa.
“C’è Da Fare – SafeTeen”
Nei primi mesi del 2023, sono casualmente entrato in contatto con Paolo Kessisoglu. A seguito del drammatico crollo del Ponte Morandi di Genova, insieme a un gruppo di amici, Paolo aveva messo in piedi un sistema di raccolta fondi che gli aveva permesso, tra le altre cose, di finanziare un progetto per il sostegno degli adolescenti socialmente ritirati (hikikomori) del distretto genovese. Il suo sogno era quello di estendere questo progetto ad altre realtà italiane.
Quando mi propose l’intenzione di finanziare progetti a favore degli adolescenti sofferenti, gli presentai alcuni dati relativi alla realtà lombarda (un aumento del 189% degli accessi in PS e in reparto per ideazione suicidaria o comportamento autolesivo/suicidario da parte degli adolescenti) e questo lo colpì molto.
«Cosa possiamo fare per questi ragazzi?!» mi chiese sconcertato. Allora gli parlai dell’équipe multidisciplinare integrata e del modello di alta intensità che avevamo sperimentato 10 anni prima. L’idea gli piacque e mi chiese di stendere un progetto che potesse essere condiviso con i potenziali finanziatori. Nel frattempo, infatti, Paolo insieme a Silvia Rocchi e al loro gruppo di amici, si erano costituiti nella Associazione “C’è da Fare ETS” che nasceva proprio con l’intento di finanziare progetti di supporto agli adolescenti con disagio psicologico e neuropsichiatrico.
Dopo mesi di lavoro molto intenso, nel corso del quale ho scritto il progetto, l’ho proposto alla Direzione ospedaliera ottenendo l’autorizzazione, ho reclutato il personale e individuato i pazienti più sofferenti, a partire da gennaio 2024, ha preso vita il Progetto “C’è da Fare – SafeTeen” destinato a dieci adolescenti con disagio severo e alle loro famiglie.
Questo è stato reso possibile, oltre che dall’importante contributo di Paolo e Silvia, anche dal supporto dell’allora Direttore Generale della ASST Niguarda, Dr. Marco Bosio e del Direttore della S.C.NPIA, Prof.ssa Aglaia Vignoli, che, raccogliendo un’eredità difficile da riattualizzare e rilanciare, ha sostenuto il progetto reperendo spazi e risorse che sembrava impossibile destinare a questo genere di attività.
Nel corso del 2024 sono entrato a far parte del Comitato tecnico-scientifico dell’Associazione “C’è Da Fare ETS” e grazie al costante lavoro di Paolo Kessisoglu, Silvia Rocchi e Francesca Gasparini, oggi il progetto “C’è Da Fare – SafeTeen” è alla sua seconda edizione presso l’Ospedale Niguarda di Milano, e ha suscitato l’interesse anche di altre realtà sanitarie italiane: da maggio 2025 è stato attivato lo stesso identico protocollo presso l’Ospedale Pediatrico “Bambino Gesù” di Roma e da giugno 2025 ha preso il via anche presso la AULSS1 Dolomiti di Belluno. A partire da settembre 2025 l’Ospedale Gaslini di Genova avvierà un protocollo “light” derivato dal progetto e attualmente sono in corso dialoghi promettenti con l’Ospedale Meyer di Firenze e con la ASL novarese.
Presso la ASST Niguarda, “C’è Da Fare – SafeTeen” conta oggi su sette professionisti altamente qualificati che si occupano di assistere 10 pazienti in alta intensità e 5 pazienti in media intensità, nonché le loro famiglie. L’équipe multidisciplinare integrata, che gestisco in qualità di coordinatore, è composta da un medico neuropsichiatra infantile, due psicologhe a orientamento psicodinamico, due psicologhe a orientamento sistemico-familiare e un tecnico della riabilitazione psichiatrica.
L’edizione 2024 di SafeTeen ha mostrato risultati incoraggianti che si traducono in una riduzione del 10% della sintomatologia e in un miglioramento del 30% dell’adattamento dei ragazzi coinvolti. Con l’estensione del progetto ad altre realtà ospedaliere e territoriali, contiamo di poter raccogliere dati sufficienti a trarre delle conclusioni più solide dal punto di vista clinico e scientifico.
È da questo progetto che, nel 2024, è nato il libro “Adolescenza 3.0. Interpretare la crisi, curare il disagio” scritto a quattro mani con la collega Cecilia Ferrari, membro dell’équipe multidisciplinare integrata del progetto “C’è Da Fare – SafeTeen”.