Il tempo del nostro tempo

Ogni giorno ci interroghiamo sulle cause della crescente sofferenza degli adolescenti e, quasi ogni giorno, individuiamo un nuovo responsabile: i videogiochi, gli smartphone, i social network, Internet. Sono certamente fattori che meritano attenzione. Ma credo che il problema sia più profondo e si estenda anche ad altri ambiti.

Tra le numerose concause del disagio psicologico che oggi osserviamo nei ragazzi – ma, in fondo, anche negli adulti – penso dovremmo iniziare a riflettere sul significato che attribuiamo al tempo. Negli ultimi venti o trent’anni il nostro rapporto con il tempo è cambiato radicalmente e, forse, non ci siamo ancora accorti di quanto questo cambiamento stia modificando il modo in cui costruiamo la nostra identità.

Chi appartiene alla Generazione X ricorda bene cosa significasse aspettare. Se durante l’estate ci si innamorava di una ragazza o di un ragazzo conosciuti in vacanza, una volta che questi partivano per tornare a casa non si poteva aprire WhatsApp o Instagram per continuare a sentirsi ogni giorno. A limite si scriveva una lettera. E poi si aspettava. Si aspettava che arrivasse, che venisse letta, poi si aspettava la risposta. E, se tutto andava bene, sia aspettavano mesi prima di riverdersi.

A pensarci oggi, quei mesi sembrerebbero un “tempo vuoto”, inutile e difficile da tollerare. Eppure in quello spazio accadevano cose importantissime: nascevano il desiderio, le fantasie, le aspettative. L’altro diventava una presenza interna prima ancora che una presenza reale. La mente lavorava, immaginava, attribuiva significati. L’attesa non era un tempo morto: era il tempo in cui il pensiero si costituiva in sogno e speranza, e questa esperienza diventava parte della persona.

Oggi, invece, abbiamo imparato a eliminare ogni attesa. Se vogliamo parlare con qualcuno abbiamo i messaggi o le videocall; se vogliamo vedere un film basta aprire Netflix sul tablet; se abbiamo un dubbio cerchiamo un tutorial su YouTube, se vogliamo ascoltare una canzone apriamo Spotify sullo smartphone.

Abbiamo progressivamente trasformato il tempo in un ostacolo da eliminare, e ci siamo quasi riusciti. Ma io credo che questo nasconda un grosso problema: la tecnologia corre molto più velocemente della mente umana. Il nostro cervello è straordinariamente plastico, ma continua a funzionare secondo tempi biologici e psicologici che non possono essere compressi. Per imparare una lingua servono anni, e così per costruire una relazione significativa. Per sviluppare una competenza servono migliaia di tentativi, ore di pratica (lo sanno bene gli aspiranti sportivi o musicisti). E soprattutto: per costruire un’identità serve l’intera adolescenza.

Negli anni Novanta il ricercatore Anders Ericsson dimostrò che gli esperti di altissimo livello avevano accumulato enormi quantità di pratica deliberata, cioè esercizio intenzionale e guidato. Da questi studi nacque la famosa “regola delle 10.000 ore“, resa popolare da Malcolm Gladwell. Oggi sappiamo che quella cifra non rappresenta una legge universale: alcune competenze richiedono meno tempo, altre molto di più. Ma rimane valido il principio secondo il quale non esistono scorciatoie per costruire una vera competenza. L’esperienza richiede tempo, ripetizione, errori e continuità.

Eppure il messaggio culturale che molti ragazzi respirano sembra raccontare una storia diversa: si può diventare musicisti senza aver mai toccato una chitarra o un pianoforte, si può diventare milionari con il trading online senza conoscere i mercati finanziari, si può diventare influencer prima ancora di avere qualcosa da raccontare… Naturalmente esistono eccezioni, ma ciò che colpisce è l’idea che il risultato possa essere separato dal percorso. Come se il successo fosse un punto di partenza anziché il possibile esito di una lunga trasformazione.

Il sociologo Hartmut Rosa ha definito la nostra epoca come l’epoca dell’accelerazione sociale. Tutto corre più velocemente: le comunicazioni, il lavoro, l’informazione, i consumi, perfino le relazioni. L’accelerazione porta con sé enormi vantaggi, sarebbe ingenuo negarlo. Ci permette di lavorare meglio, di curarci meglio, di raggiungere persone lontane, di accedere in pochi secondi a una quantità di conoscenze impensabile fino a pochi anni fa. Il problema non è tanto la velocità quanto il pensiero che tutto possa essere accelerato; perché alcune cose, inutile dirlo, non possono esserlo e la crescita psicologica è una di queste.

Il teorico dei media Douglas Rushkoff ha coniato il termine digifrenia per descrivere una caratteristica sempre più diffusa della nostra epoca: la frammentazione dell’attenzione e dell’identità provocata dall’essere continuamente presenti in molteplici flussi di informazioni contemporaneamente. Non si tratta di una una malattia quanto, piuttosto, di una potente metafora culturale. La nostra mente passa continuamente da una notifica all’altra, da un video all’altro, da una conversazione all’altra, senza avere il tempo necessario per elaborare davvero ciò che vive. Accumula esperienze, ma fatica a trasformarle in Esperienza. E la differenza è sostanziale: un’esperienza è qualcosa che accade, l’Esperienza, invece, è ciò che quell’accadimento diventa dentro di noi. Ed è il tempo a fare questa differenza.

Le neuroscienze ci insegnano che anche la memoria ha bisogno di tempo per consolidarsi. La psicologia dello sviluppo ci mostra che l’identità nasce dall’integrazione progressiva delle esperienze vissute. La psicoterapia, ogni giorno, ci ricorda che comprendere se stessi significa dare un significato a ciò che è accaduto, non semplicemente ricordarlo. E tutto questo richiede tempo.

Il tema del tempo riguarda tutti noi, ma assume un’importanza particolare durante l’adolescenza. L’adolescenza non è soltanto una fase della vita; è il laboratorio nel quale la persona costruisce il proprio modo di stare nel mondo. Ogni amicizia, ogni delusione, ogni innamoramento, ogni fallimento scolastico, ogni litigio con i genitori rappresenta materiale grezzo che dovrà essere trasformato in identità. E questa trasformazione non può essere accelerata.

Per questo motivo mi preoccupa quando osserviamo adolescenti costantemente impegnati a produrre risultati, ma sempre meno abituati ad abitare il tempo necessario per costruirli. I ragazzi di oggi non sono meno capaci delle generazioni precedenti però, a differenza loro, vivono immersi in una cultura che promette continuamente scorciatoie mentre la mente continua a funzionare come ha sempre funzionato, con il suo bisogno di attese, di ripetizioni, di frustrazioni, di noia e, talvolta, perfino di silenzio.

Esiste poi un’altra riflessione che, come psicologo, considero particolarmente interessante. Per la prima volta nella storia recente sembra che non siano soltanto gli adolescenti a temere il tempo che passa. Anche molti adulti cercano continuamente di fermarlo. Pensiamo alla crescente diffusione della chirurgia estetica, dei trattamenti anti-aging, dell’ossessione per apparire sempre giovani. Naturalmente non c’è nulla di sbagliato nel desiderio di prendersi cura del proprio corpo ma dobbiamo fare attenzione al significato culturale che rischiamo di trasmettere.

Per secoli gli adulti hanno rappresentato il futuro verso cui crescere. Oggi, talvolta, sembrano comunicare il messaggio opposto, ossia che invecchiare sia qualcosa da nascondere, da rallentare, quasi da correggere. Ma se crescere significa avvicinarsi a qualcosa che gli stessi adulti cercano di evitare, quale immagine del futuro offriamo ai ragazzi? Come può un adolescente desiderare di diventare adulto se l’adulto sembra desiderare di rimanere adolescente?

Nel suo libro “L’ordine del tempo”, Carlo Rovelli ricorda che il tempo non è una realtà semplice e assoluta come siamo portati a immaginare. Più che un contenitore nel quale gli eventi scorrono, il tempo è il modo attraverso cui descriviamo il cambiamento del mondo e forse è proprio questa idea che può aiutarci anche sul piano psicologico. Se il tempo è ciò che rende possibile il cambiamento, allora togliere tempo significa impoverire la possibilità stessa di trasformarsi.

Possiamo rendere immediata una comunicazione, ridurre i tempi di un viaggio, ottenere informazioni in pochi secondi. Ma non possiamo comprimere il tempo necessario affinché un’esperienza diventi conoscenza, un esercizio diventi competenza o un adolescente diventi un adulto.

Bibliografia essenziale

– Ericsson K.A., Krampe R.T., Tesch-Römer C., (1993), The Role of Deliberate Practice in the Acquisition of Expert Performance, Psychological Review, 100(3), 363-406.

– Ericsson K.A., Pool R., (2016), Peak: Secrets from the New Science of Expertise, Houghton Mifflin Harcourt.

– Erikson E.H., (1968), Identity: Youth and Crisis, Norton.

– Rosa H., (2013), Social Acceleration: A New Theory of Modernity, Columbia University Press.

– Rovelli C., (2017), L’ordine del tempo, Adelphi.

– Rushkoff D., (2013), Present Shock: When Everything Happens Now, Current.

Lascia un commento