Adolescenti, genitori e sfide invisibili: cosa racconta davvero lo spettacolo di Paolo Kessisoglu
“Sfidati di me”, lo spettacolo di Paolo Kessisoglu scritto insieme a Giorgio Terruzzi e diretto da Gioele Dix, è uno di quei rari momenti di teatro in cui si entra aspettandosi di ridere e si esce con gli occhi lucidi.
Kessisoglu sale sul palco come comico – con un personaggio che ricorda il surreale Paolo Bitta di Camera Café – ma ci rimane come padre. Ed è proprio da padre che, poco alla volta, apre davanti al pubblico una finestra sul mondo fragile, inquieto e spesso invisibile degli adolescenti di oggi.
All’inizio si ride. Si ride delle goffaggini dei genitori, delle incomprensioni domestiche, di quel senso di smarrimento che molti adulti provano quando si accorgono che i figli stanno crescendo in un mondo e in un modo che non assomiglia più al loro.
Poi però accade qualcosa.
Quasi senza accorgersene, la risata rallenta. Le battute diventano pause. Le pause diventano pensieri. E la comicità lascia spazio a domande che arrivano dritte allo stomaco: “Chi sono davvero i nostri ragazzi? Cosa succede nel loro mondo indecifrabile, rappresentato a spizzichi e bocconi attraverso un linguaggio ‘criptato’? E cosa provano quando sembrano così irraggiungibili?”.
A quel punto lo spettacolo cambia passo: non è più soltanto intrattenimento. Diventa uno specchio in cui molti genitori si riconoscono con un misto di tenerezza e inquietudine. Perché dietro ogni adolescente che provoca, si chiude o sfida il mondo, si intravede qualcosa di molto più semplice e molto più doloroso: il bisogno disperato di essere visto e riconosciuto nella propria – unica – autenticità.
Il titolo stesso, “Sfidati di me”, parla delle sfide – a volte sciocche, a volte pericolose – che i ragazzi affrontano e ci pongono. Parla delle sfide ai genitori, alla loro autorità, alla loro capacità di restare adulti quando tutto sembra sfuggire di mano.
Ma contiene anche un altro concetto, quasi in trasparenza: “Fidati di me”.
Emerge, allora, quel concetto di fiducia che viene prima della comprensione reciproca e che dovrebbe stare alla base del legame tra genitori e figli anche quando gli uni e gli altri stanno attraversando una burrasca.
Nella chiusura finale, come un rimando a una dimensione preconscia che ogni genitore ha in qualche angolo della mente, affiora uno dei passaggi più delicati di ogni vita familiare: quel processo di separazione e individuazione che ogni individuo deve affrontare per diventare davvero se stesso.
Quando le luci in sala si riaccendono, si ha la sensazione di aver assistito a qualcosa di raro: uno spettacolo capace di far ridere, pensare e commuovere nello stesso momento. Ma soprattutto uno spettacolo che lascia addosso una domanda semplice e disarmante: al di là di quanto siamo in grado di capirli, ascoltiamo davvero i nostri figli?
In una dinamica che integra leggerezza e profondità, Paolo Kessisoglu non ci offre soluzioni. Fa quello che deve fare l’artista: con un gesto che ricorda i celebri tagli di Lucio Fontana, ci invita a riflettere e a guardare la realtà dei nostri figli adolescenti al di là della tela su cui si rappresentano.